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Rosalyn Tureck a Sorrento (1991)

Le strutture bachiane di Rosalyn

Recensione di un concerto tenuto da Rosalyn Tureck all'Estate musicale sorrentina nel 1991 e recensito da De Palma. L'articolo fu pubblicato sulla rivista "Musica"


Singolare e anomalo il "debutto" in Italia di Rosalyn Tureck non ha avuto il rilievo che pure meritava. Nonostante che della Tureck si fosse recentemente parlato sull'onda di Glenn Gould, che aveva indicato sua "insegnante" ideale, Rosalyn si è presentata a fine estate e senza grossi battage pubblicitari al "piccolo" Festival di Sorrento e al Teatro Ghione di Roma così come l'inclito Glenn era stato relegato dalla RAI, a dispetto del suo mito, in impossibili orari notturni.

Invero la Tureck era venuta venticinque anni orsono a Venezia per eseguire il Concerto per pianoforte e fiati dell'americano Wallingford Riegger: questa volta ha presentato le Variazioni Goldberg di Bach, "suo" autore.

D'estate, all'aperto, a settantasette anni eseguire le Golberg poteva apparire vanità senile o incoscienza degli organizzatori: si è invece rivelato uno dei concerti più interessanti al quale ho assistito negli ultimi anni e il successo che il numeroso pubblico ha tributato alla pianista appariva tanto più straordinario quanto più ardua e impervia era stata la strada da lei percorsa nell'esecuzione.

Le Goldberg, si sa, sono uno dei monumenti della letteratura per strumento a tastiera. Pubblicate nel 1742 col titolo di "Pratica per tastiera, consistente in un'Aria e diverse Variazioni per clavicembalo a due manuali, approntata per il diletto degli amanti della musica da Johann Sebastian Bach, compositore di corte, direttore e maestro in Lipsia" non nacquero certamente come pezzo da concerto dovendo, secondo una affatto curiosa leggenda, sollecitare i benefici uffici di Morfeo.

Già Busoni aveva scritto:

"Per salvare alle sale da concerto questa imponente composizione è necessario sia abbreviando, sia ritoccando qua e là, di renderla più arrendevole tanto alla forza intellettuale dell'uditore quanto alle facoltà del pianista... per raggiungere poi la meta proporrei in prima linea di trascurare le indicazioni dei ritornelli. Oltre ciò, ritengo raccomandabile la soppressione totale di alcune variazioni nelle esecuzioni."

Da questo punto di vista, l'impostazione delle Goldberg è stata la meno concertistica e la meno accattivante possibile: non un ritornello saltato e un tempo unico per tutte le Variazioni. Non variare l'andamento per un'ora e venti circa con trenta pezzi nella stessa tonalità e con lo stesso schema armonico è risultato faticoso e stancante per un verso, avvincente e affascinante per l'altro.

 Con una lucidità impressionante, senza un momento di mancanza di concentrazione, con una tecnica tanto più scaltrita quanto meno ostentata, senza nulla concedere al pubblico, la pianista ha presentato un Bach di capillare chiarezza percettiva e di straordinario rigore esecutivo.

Già l'Aria iniziale appariva scolpita nel marmo: il primo sol del tema era addirittura forte e catturava subito l'attenzione, ma il secondo era pianissimo, quasi un effetto di bebung, con una sonorità spenta, lontana. Tutta l'Aria era eseguita con sdegnoso distacco così che la struttura del pezzo appariva di abbagliante chiarezza formale, messa in luce anche da piccole fioriture che la pianista eseguiva nei ritornelli.

Il suono della Tureck, altre volte definito "algido", risultava come privato di qualsiasi fattore timbrico, un misto tra pianoforte, clavicembalo e sintetizzatore elettronico, tanto da superare il problema dello strumento su cui eseguire Bach.

 Di superiore scaltrezza l'uso dei pedali, con il destro adoperato non in funzione armonica, bensì come sostegno per le voci e addirittura per i singoli suoni che risultavano pertanto "lunghi" e privi dell'attacco percussivo del martelletto; lo "staccato" e il "legato" non mezzi espressivi, bensì strutturali.

Sbalorditiva la chiarezza espositiva delle linee polifoniche nelle quali la quadratura delle frasi poteva apparire pedante e meccanica, ma la Tureck con eccezionale indipendenza delle dita, variava nei ritornelli lo spessore sonoro facendo affiorare prima una voce e poi l'altra con un capillare controllo della dinamica. La struttura bachiana appariva svelata nei suoi più nascosti meandri e se era faticoso e stancante seguire il cammino della Tureck, emotivamente la sua lettura era neutra, depurata da qualsiasi coinvolgimento emotivo.

Si capiva l'influenza su Gould, la cui eversiva teatralità e la genialità affatto inventiva, avrebbero empito le algide strutture della Tureck.

"Rosalyn Tureck fu per me la rivelazione di ciò che era possibile fare con la musica per tastiera di Bach adattata al pianoforte... Il suo era un modo di suonare, per impiegare un termine della morale, integro. Ne emanava una calma che non aveva nulla a che vedere con il languore, ma piuttosto col rigore morale, nel senso religioso del termine..." aveva dichiarato il pianista canadese.

Non il Bach romantico di Fischer, non il Bach neoclassico di Gieseking o Arrau, non il Bach didattico di Richter, bensì un Bach che pareva cristallizzarsi in una sintesi personalissima: così che la prima variazione risultava brahmsiana con i bassi pesantemente scanditi e addirittura chopiniano poteva essere il fraseggio della terza variazione, mentre la settima sembrava una Pastorale di Scarlatti. Perché, come disse Lionardo Salviati " come una stessa lingua può variare sulla bocca di molti, essa può anche variare sulla bocca di uno solo, poiché è verosimile che da uno stesso non si favelli sempre ad un modo."

 

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Sandro De Palma